Intervista a Luigi Calabrò, adattatore de “Le follie dell’imperatore”

Abbiamo l’onore di inaugurare la nostra rubrica dedicata al mondo dell’adattamento e del sottotitolaggio con l’intervista a Luigi Calabrò, adattatore di alcune delle serie più iconiche degli ultimi 30 anni: Starsky e Hutch, la Famiglia Bradford, i Robinson, i Griffin e Holly e Benji, solo per citarne alcune.


Da quanti anni fa questo mestiere? Come ha iniziato? Ci racconta le sue origini professionali e quali sono stati i suoi maestri?

Ho iniziato nel 1979. Un parente di mia cognata che si occupava di sincronizzazione mi ha presentato a Sergio Poliandri, un dialoghista che lavorava nel suo stesso stabilimento. Poliandri mi ha spiegato in cosa consistesse il lavoro, mi ha fatto provare e, bontà sua, ha deciso di farmi lavorare per lui. Il resto lo ha fatto la mia laurea in lettere e i miei interessi in vari campi. Sono capitato nel posto giusto al momento giusto, perché nel giro di qualche mese ho adattato Starsky e Hutch (5-6 episodi), Sulle Strade di S. Francisco (30 episodi), Charlie’s Angels (i primi 40 episodi) e  la Famiglia Bradford (i primi 40). Poi è arrivato il fortunato Three’s Company (50 episodi) e successivamente I Robinson (Le prime quattro serie complete), Tequila e Bonetti (tutte le serie) etc. Nel frattempo si è passati dalla pellicola in moviola al VHS, così, dieci anni dopo, è stato più facile mettermi in proprio e lavorare a casa, visto che il mio nome cominciava a circolare nell’ambiente.

Oltre ad adattare, doppia anche?

Mai doppiato.

Traduce anche i copioni o le arrivano già tradotti? Se traduce anche, quali sono le sue lingue di lavoro? Se invece si appoggia a traduttori terzi, come approccia l’adattamento di un prodotto in una lingua che non conosce?

Conosco l’inglese, ma non a tal punto da tradurre al volo, così mi avvalgo di una traduttrice. Così, mentre io adatto, lei mi traduce il prossimo episodio. Ripeto, capisco l’80% di quello che dicono, per cui mi oriento bene. Poi conosco il polacco, ma non mi è mai servito.

Nei lavori in cui ha collaborato con altri adattatori, ha trovato un clima di collaborazione o è stato comunque un lavoro solitario? Quali sono a suo avviso le buone pratiche che si dovrebbero attuare in situazioni del genere?

Mai lavorato in ensemble. Ci ho provato una volta, ma, dopo dieci minuti di cortesie, ci si accapiglia anche per I trattini, per cui è meglio lavorare da soli. Tra l’altro si va più veloci.

Quali sono i tempi di lavorazione di un copione? Quelli ideali e quelli effettivi.

Per un film di 90 minuti, in genere, ci vuole una settimana lavorando otto ore al giorno con un’oretta per il pranzo.

Tra gli innumerevoli titoli adattati da lei, tra cui le serie tv animate “American dad”, “I griffin”, “Futurama”, o film come “Becoming Jane” e “La dura verità”, la nostra attenzione è stata catturata particolarmente dai dialoghi italiani del film d’animazione Disney de “Le follie dell’imperatore”, che per noi è un esempio di quando l’adattamento italiano supera l’originale. A tal proposito vorremmo fare qualche domanda.
Quanto conoscere chi doppierà i personaggi e poi il lavoro in sala influenza l’adattamento? In questo lavoro il doppiaggio dei tre personaggi principali è stato affidato ai comici, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e la grande Anna Marchesini, quanto la loro capacità di improvvisazione ha influenzato l’adattamento?

Può aiutare fino a un certo punto se conosci bene i vezzi del doppiatore. Spesso gli attori vengono scelti quando hai già finito il lavoro, per cui non è così importante. È il doppiatore che si adatta all’adattamento e, se è bravo, lo nobilita. Più è bravo il doppiatore e più esalta la resa del dialogo. A volte un attore vero dà alla frase quell’inflessione che la rende sublime al di là delle intenzioni dell’adattatore.

Per esempio la battuta “Ci sei? No, sono al bar” è stata un’improvvisazione del doppiatore o era già prevista nell’adattamento?

Il doppiatore non può toccare il copione, semmai può intervenire il direttore di doppiaggio che opera dei cambiamenti qualora lo ritenga opportuno. In teoria il dialoghista dev’essere avvertito e dare il consenso, ma in pratica il direttore ha l’ultima parola. Nel caso dell’Imperatore il direttore ha cambiato poco e niente.

Yzma è il personaggio che cambia maggiormente grazie all’adattamento italiano, volevamo sapere come dall’essere “scary beyond all reason” (“spaventosa oltre ogni ragione”) sia diventa “la nonna vecchia di Dracula”.

Di regola bisogna essere assolutamente fedeli all’originale tranne, ovviamente, quando c’è di mezzo la comprensibilità della battuta. Nel 2000, quando ho adattato il film, il dialoghista poteva ancora permettersi qualche libertà, oggi siamo all’isteria: si pretende la fedeltà anche a scapito della comprensibilità. Tanti anni fa ci dicevano: “Salvaci questo film”, come a dire: “Inzeppalo di battute perché è fiacco.” Poi si è passati al: “Se la tua battuta è migliore dell’originale, può passare.” Oggi è quasi una traduzione, a volte I committenti, contaminati dal doppiaggese e dall’americanese, chiedono frasi che nel parlato italiano non dice nessuno.

È famoso anche il cambiamento della battuta di Yzma “This better be good!” (Mi auguro ci sia un buon motivo [per avermi svegliata]!) che diventa una citazione storica di Dark Command (La belva umana) del 1940: “(Guarda che) ho ucciso per molto meno!”. Cambiando questa battuta ha reso Yzma un’antagonista più analoga ai grandi geni del male disneyani invece che alla donna capricciosa e lunatica dell’originale, come è arrivato a questa decisone?

Non è stato intenzionale. Come un musicista che ha ascoltato vagonate di musica prima o poi tira fuori qualche citazione involontaria, anche noi riproduciamo più o meno inconsciamente battute di film del passato.

Il contributo forse più noto e importante dell’adattamento italiano de “Le follie dell’imperatore” è dato dalla frase “Se lo stanno chiedendo tutti in sala” che abbatte la quarta parete e che si distanzia molto dall’originale “By all accounts, it doesn’t make sense”, dando al film maggiore forza comica e facendo sentire lo spettatore parte della storia. Quando ha deciso che i dialoghi italiani del film avrebbero dovuto avere e dare qualcosa in più al pubblico rispetto al copione originale?

Come sopra. Si segue l’estro del momento.

Per quanto riguarda il titolo, ha dato un suo contributo? O la scelta è dipesa solo dalla casa di produzione?

Noi proponiamo tre titoli, poi ci pensa il committente.

All’interno di questo cartone, come in altri, sono presenti delle canzoni. Se ne occupa l’adattatore oppure c’è una figura dedicata?

C’è una figura che si occupa esclusivamente delle canzoni.

Una volta che i prodotti da lei adattati sono stati doppiati, li guarda? Se sì, tende a essere ipercritico o soddisfatto del suo lavoro?

All’inizio li guardavo, poi non più. Comunque tendo ad essere critico.

Secondo lei, nel settore dell’adattamento dialoghi c’è posto per nuove leve o è un mercato saturo?

Secondo me sì, perché se quelli bravi lavorano, alla lunga, le varie società fanno i confronti e scelgono i migliori. Certo, ci vuole tempo.

Ha consigli per chi si affaccia ora al mestiere del dialoghista?

Conoscenza profonda della lingua parlata americana. Farsi vedere di persona, anziché affidarsi alle mail. Leggere. Stare in sala.

C’è un adattamento altrui che ammira e che avrebbe voluto fare lei?

Frankenstein Jr.

Qual è l’adattamento a cui è più legato?

Una chicca di George Lucas intitolata “Benvenuti a Radioland” (Radioland murders) e “Adventure Time”.

Quello invece di cui non è pienamente soddisfatto e che potendo rifarebbe?

Un episodio della serie “Kommando Nuovi Diavoli” in cui, per la fretta, ho commesso un errore madornale. E ripristinerei ovunque i miei “rappacificare” che qualche direttore ha corretto in “riappacificare”.

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