Intervista a Marcello Mercalli, adattatore di “Una mamma per amica”

Intervista a Marcello Mercalli, adattatore di “Una mamma per amica”

Per la rubrica “Dietro le parole” abbiamo intervistato l’adattatore dialoghista Marcello Mercalli, che ha contribuito a portare sui nostri schermi le versioni italiane di tantissime serie tv, tra cui “The Closer”, “Grey’s Anatomy”, “30 Rock, Jordskott”, “La Vita Secondo Jim”, “Law & Order” e “Una mamma per amica”.

È proprio su quest’ultima che ci siamo soffermati, vista l’uscita del revival nel 2016 e le voci di corridoio che danno che per prossimo l’accordo per la realizzazione di una nuova stagione.

Vogliamo innanzitutto ringraziare Mercalli che è stato molto disponibile e, nonostante il fuso orario Italia-Giappone, ci ha dedicato parte del suo tempo, regalandoci un’intervista davvero interessante.

Buona lettura a tutti!

 

Da quanti anni fa questo mestiere? Come ha iniziato? Ci racconta le sue origini professionali e quali sono stati i suoi maestri?

Ho iniziato a lavorare come adattatore nel 2003. Tramite la mia cara amica Myriam Catania, ho avuto la possibilità di fare un adattamento di prova, se ricordo bene per una sitcom intitolata “Yes Dear”. Andò bene e anche se nel frattempo ho fatto anche altre cose, non ho mai smesso di fare adattamenti. Ho avuto la fortuna di imparare il mestiere dalla famiglia Izzo. I miei maestri sono stati principalmente, Fiamma, Giuppy, Rossella e Myriam che a poco più di vent’anni era già una veterana e che mi ha sempre aiutato molto. Inoltre ricordo con particolare affetto e riconoscenza Renato Izzo, con cui ho sempre avuto un bel rapporto. Ricordo che quando mi capitava di passare in ufficio e Renato era presente, mi fermavo spesso a chiacchierare con lui anche a lungo di cinema, doppiaggio e di svariati altri argomenti. Molti dei suoi consigli sono rimasti alla base del mio approccio a questo lavoro.

Traduce anche i copioni o le arrivano già tradotti? Se traduce anche, quali sono le sue lingue di lavoro? Se invece si appoggia a traduttori terzi, come approccia l’adattamento di un prodotto in una lingua che non conosce?

Ho frequentato scuole inglese fin dall’asilo, quindi sono praticamente bilingue. Traduco sempre i miei copioni a meno che i tempi e/o la mole del lavoro non mi costringano ad appoggiarmi ad un traduttore esterno. Mi è capitato anche di lavorare con altre lingue, come il tedesco, il francese e ultimamente lo svedese per la mini serie “Jordskott”. Se la lingua mi è del tutto sconosciuta, come nel caso di “Jordskott”, non ho altra scelta che affidarmi alla traduzione in inglese che solitamente viene fornita dal cliente stesso. Ci sono dei casi in cui la traduzione appare però poco chiara o sembra non collimare con l’azione sullo schermo. Fortunatamente, quando si verifica una situazione del genere, al giorno d’oggi grazie ad internet ci sono altre possibili vie per venire a capo di situazione di difficile risoluzione. Oggigiorno infatti è possibile controllare e confrontare i sottotitoli disponibili online, magari mettendo a confronto, francese, spagnolo, italiano e inglese o nei casi più ‘disperati’ si può anche postare richieste d’aiuto su qualche sito specializzato, cosa che in realtà mi è successa un paio di volte al massimo. Fortunatamente il 90% del materiale che mi arriva è in inglese quindi questi problemi si verificano piuttosto raramente.

Quali sono i tempi di lavorazione di un copione? Quelli ideali e quelli effettivi.

Non sono particolarmente veloce, e sono certo che altri adattatori riescono a fare ottimi adattamenti più rapidamente di me. Se prendiamo come esempio una serie TV, solitamente considero una settimana (lavorando 5/6 ore al giorno) il tempo ideale per tradurre e adattare una puntata di 40 minuti. Per gli adattamenti cinematografici è spesso richiesta un’ulteriore attenzione, resa possibile da budget leggermente più alti e a tempistiche meno costrittive. Tuttavia, quando il cliente ha fretta, capita di dover fare un film di un ora e mezza in tempi molto stretti, tipo 5-6 giorni. In queste circostanze si è costretti a fare delle sessioni di full immersion anche di 10/12 ore al giorno! Per fortuna queste sono eccezioni e solitamente il cliente è consapevole dei tempi necessari alle diverse fasi della lavorazione.

Ha adattato moltissime serie televisive, tra cui “Grey’s Anatomy”, “Law & Order: UK”, lo spassoso “Detective Monk” e “The Closer”. Una delle sue ultime fatiche è l’adattamento di “Una mamma per amica: di nuovo insieme”, un prodotto che ha una sua forte identità, nello stile e nel linguaggio, e che ha un seguito di fedelissimi.
Come è stato riprendere in mano un prodotto che si era adattato più di otto anni prima? Nelle interviste gli attori ammettono che, in un primo momento, è stato difficile rientrare nei panni degli abitanti Stars Hollow, ma che poi è stato come se non fossero mai allontanati. È stato lo stesso per quanto riguarda l’adattamento, o l’identità di ogni prodotto è talmente legato alla scrittura originale che è stato facile ricominciare?

“Una mamma per amica” non è sicuramente una serie facile da adattare, questo sia per via del linguaggio che per il ritmo serratissimo dei dialoghi. Netflix poi cura con grande attenzione i doppiaggi nelle varie lingue dei suoi prodotti e ha elaborato un particolare protocollo di lavoro, che oltre al solito iter ‘traduzione/adattamento’, prevede l’intervento di un linguista e di un supervisore madre lingua che presta particolare attenzione a tutti gli eventuali doppi sensi, giochi di parole o eventuali riferimenti alla cultura americana. Questo approccio si è rivelato particolarmente utile per una serie come “Gilmore Girls” dove anche con un’ottima conoscenza della lingua e della cultura americana certi riferimenti possono sfuggire. Devo dire che anche se inizialmente avevo qualche resistenza, principalmente perché abituato al mio personale iter lavorativo, ho imparato molte cose seguendo la metodologia di lavoro imposta da Netflix.

Andando a memoria, ci sembra che nelle sette stagioni precedenti non si siano mai sentite parolacce né improperi, mentre nel revival Luke e Emily hanno degli episodi in cui sono più scurrili rispetto al passato. Si tratta di una precedente censura da tivù generalista, mentre ora che è di proprietà del colosso Netflix c’è più libertà in questo senso?

Non ricordo di avere inserito parolacce nei miei adattamenti di questa nuova stagione, ma è sicuramente plausibile che Netlfix adotti una politica meno rigida riguardo al linguaggio e che abbiano deciso una volta in sala di usare qualche termine più scurrile, che forse io, abituato alla vecchia serie, avevo automaticamente ‘ammorbidito’.

In questa serie ci sono sempre molti riferimenti culturali americani (gruppi musicali, attori, personaggi famosi, etc.) e spesso fanno parte di giochi di parole. C’è una qualche battuta su cui a dovuto rimuginare giorno e notte prima di arrivare a una soluzione?

Non ricordo una battuta in particolare. Lavorando con una certa continuità, appena chiudo un adattamento tendo a dimenticare abbastanza velocemente il contenuto specifico dei dialoghi di quel particolare episodio. A livello generale posso dire che nel tempo ho imparato a non soffermarmi mai troppo su di una singola battuta se la soluzione tende a non arrivare. Facendo diversi passaggi tra traduzione e adattamento, mi sono accorto che a volte tornando su di una battuta lasciata in precedenza in bianco perché difficile da risolvere, la soluzione può anche presentarsi in modo sorprendentemente veloce e senza dover fare particolari sforzi. Quando avevo meno esperienza mi capitava invece di soffermarmi a lungo su di una singola battuta senza trovare una soluzione soddisfacente e spendendo tra l’altro un sacco di tempo ed energia inutilmente. Il mio metodo di lavoro è solitamente suddiviso in 3 passaggi; prima traduco, poi faccio un primo adattamento grezzo inserendo le note tecniche (fuori campo, fiati etc) e solo in seguito faccio una seconda dettagliata revisione di tutto l’adattamento. Per alcune serie, tra cui “Una mamma per amica”’, devo aggiungere un ulteriore passaggio perché i dialoghi possono essere particolarmente ricercati e difficili da risolvere.

C’è una scena in particolare che le è piaciuta adattare di questa serie? E una battuta di cui va particolarmente fiero per il suo adattamento?

Ricordo che mi sono particolarmente divertito ad adattare la scena in cui Lorelai e Rory vedono per la prima volta il gigantesco ritratto di Richard, e Emily continua testardamente ad insistere di averlo voluto esattamente così. Tutta la serie è scritta molto bene, ma come ho accennato sopra, faccio un po’ fatica a ricordare le singole battute una volta chiusa una puntata. Quello che posso dire è che a parte i personaggi principali, mi sono divertito ad adattare i dialoghi di Kirk, il cui umorismo un po’ surreale mi è piuttosto congeniale.

In merito al genere commedia/comico, quanta libertà di manovra ha nell’inventare battute? Si diverte con questi lavori?

Solitamente i clienti non apprezzano molto quando ci si allontana dall’originale, questo soprattutto ora che le eventuali lamentele del pubblico sono amplificato da internet. Ci sono tuttavia circostanze in cui è praticamente impossibile evitarlo. In fase di revisione, trovo molto utile il rileggere l’adattamento isolando i dialoghi scena per scena. Quando la serie è particolarmente difficile, ricca di giochi di parole, frasi idiomatiche e riferimenti a situazioni estranee alla nostra cultura, aldilà del significato letterale dell’originale cerco di assicurarmi comunque che i dialoghi fluiscano bene e risultano divertenti di per se.

Una volta che i prodotti da lei adattati sono stati doppiati, li guarda? Se sì, tende a essere ipercritico o soddisfatto del suo lavoro?

Vivo all’estero e avendo la fortuna di essere bilingue, solitamente preferisco godermi i film e le serie in versione originale. Mi è capitato ovviamente di vedere qualche film o episodio di serie da me adattati e devo dire che in linea di massima sono rimasto soddisfatto, ma quando un adattamento risulta bello il merito non è solo dell’adattatore. Infatti oltre al fondamentale apporto dei doppiatori, il direttore di doppiaggio spesso interviene per modificare e migliorare ciò che magari funziona poco o non funziona affatto.

Secondo lei, nel settore dell’adattamento dialoghi c’è posto per nuove leve o è un mercato saturo?

Qualche anno fa avrei detto che il mercato era saturo, ma questa nuova ‘golden age’ della Tv americana sta velocemente trasformando e rinnovando il settore. L’entrata in gioco di colossi come Amazon e Netflix sta creando, e credo continuerà almeno per qualche anno a creare opportunità di lavoro anche per nuove leve.

Ha consigli per chi si affaccia ora al mestiere del dialoghista?

Anni fa Renato Izzo mi ha detto che per fare dei begli adattamenti la cosa migliore è leggere molto. Credo questo sia ancora un consiglio estremamente valido e non solo per chi sta iniziando. Inoltre consiglierei a chi vuole entrare in questo settore di provare a prendere contatti con le società di doppiaggio e chiedere se è possibile assistere ai turni. Essere presenti in sala resta a mio avviso il modo migliore per comprendere le dinamiche del lavoro e rendersi conto veramente di cosa funziona e cosa no.

C’è un adattamento altrui che ammira e che avrebbe voluto fare lei?

Posso menzionare due adattamenti che trovo veramente superlativi, il primo è “Pulp Fiction”, film che nell’originale trae la sua forza dal dialogo e che riesce a non perdere praticamente nulla nella versione italiana, e poi “Frankenstein Junior”, uno dei rarissimi casi in cui la nostra versione è a mio avviso superiore, in questo caso più divertente, della versione originale. Attualmente, una serie che mi è piaciuta molto che mi piacerebbe sicuramente adattare è “Stranger Things”.

Qual è l’adattamento a cui è più legato?

Delle serie a cui ho lavorato quella che ho amato di più è probabilmente “30 Rock”, e questo nonostante sia probabilmente la più difficile che io abbia adattato. Ancora più che in ‘Una mamma per amica’, i dialoghi di “30 Rock” facevano costante uso di giochi di parole frasi idiomatiche e riferimenti, a volte anche particolarmente oscuri, alla cultura americana. In questo senso ricordo che c’era addirittura un sito dedicato a decifrare i molteplici riferimenti e le battute più criptiche della serie. In Italia non ha avuto molto successo ma a mio avviso resta in assoluto una delle sitcom meglio scritte e più divertenti degli ultimi anni.

Quello invece di cui non è pienamente soddisfatto e che potendo rifarebbe?

“La vita secondo Jim”, con Jim Belushi è una serie divertente e di successo che ho adattato quando ero ancora agli inizi, forse ora sarei in grado di trovare soluzioni più efficaci. Come ho accennato sopra non ho visto gran parte dei miei adattamenti ma sono piuttosto sicuro che se rivedessi i miei adattamenti passati, magari con il testo originale a fronte, troverei abbondanti ‘margini di miglioramento’.

Intervista a Luigi Calabrò, adattatore de “Le follie dell’imperatore”

Intervista a Luigi Calabrò, adattatore de “Le follie dell’imperatore”

Abbiamo l’onore di inaugurare la nostra rubrica dedicata al mondo dell’adattamento e del sottotitolaggio con l’intervista a Luigi Calabrò, adattatore di alcune delle serie più iconiche degli ultimi 30 anni: Starsky e Hutch, la Famiglia Bradford, i Robinson, i Griffin e Holly e Benji, solo per citarne alcune.


Da quanti anni fa questo mestiere? Come ha iniziato? Ci racconta le sue origini professionali e quali sono stati i suoi maestri?

Ho iniziato nel 1979. Un parente di mia cognata che si occupava di sincronizzazione mi ha presentato a Sergio Poliandri, un dialoghista che lavorava nel suo stesso stabilimento. Poliandri mi ha spiegato in cosa consistesse il lavoro, mi ha fatto provare e, bontà sua, ha deciso di farmi lavorare per lui. Il resto lo ha fatto la mia laurea in lettere e i miei interessi in vari campi. Sono capitato nel posto giusto al momento giusto, perché nel giro di qualche mese ho adattato Starsky e Hutch (5-6 episodi), Sulle Strade di S. Francisco (30 episodi), Charlie’s Angels (i primi 40 episodi) e  la Famiglia Bradford (i primi 40). Poi è arrivato il fortunato Three’s Company (50 episodi) e successivamente I Robinson (Le prime quattro serie complete), Tequila e Bonetti (tutte le serie) etc. Nel frattempo si è passati dalla pellicola in moviola al VHS, così, dieci anni dopo, è stato più facile mettermi in proprio e lavorare a casa, visto che il mio nome cominciava a circolare nell’ambiente.

Oltre ad adattare, doppia anche?

Mai doppiato.

Traduce anche i copioni o le arrivano già tradotti? Se traduce anche, quali sono le sue lingue di lavoro? Se invece si appoggia a traduttori terzi, come approccia l’adattamento di un prodotto in una lingua che non conosce?

Conosco l’inglese, ma non a tal punto da tradurre al volo, così mi avvalgo di una traduttrice. Così, mentre io adatto, lei mi traduce il prossimo episodio. Ripeto, capisco l’80% di quello che dicono, per cui mi oriento bene. Poi conosco il polacco, ma non mi è mai servito.

Nei lavori in cui ha collaborato con altri adattatori, ha trovato un clima di collaborazione o è stato comunque un lavoro solitario? Quali sono a suo avviso le buone pratiche che si dovrebbero attuare in situazioni del genere?

Mai lavorato in ensemble. Ci ho provato una volta, ma, dopo dieci minuti di cortesie, ci si accapiglia anche per I trattini, per cui è meglio lavorare da soli. Tra l’altro si va più veloci.

Quali sono i tempi di lavorazione di un copione? Quelli ideali e quelli effettivi.

Per un film di 90 minuti, in genere, ci vuole una settimana lavorando otto ore al giorno con un’oretta per il pranzo.

Tra gli innumerevoli titoli adattati da lei, tra cui le serie tv animate “American dad”, “I griffin”, “Futurama”, o film come “Becoming Jane” e “La dura verità”, la nostra attenzione è stata catturata particolarmente dai dialoghi italiani del film d’animazione Disney de “Le follie dell’imperatore”, che per noi è un esempio di quando l’adattamento italiano supera l’originale. A tal proposito vorremmo fare qualche domanda.
Quanto conoscere chi doppierà i personaggi e poi il lavoro in sala influenza l’adattamento? In questo lavoro il doppiaggio dei tre personaggi principali è stato affidato ai comici, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e la grande Anna Marchesini, quanto la loro capacità di improvvisazione ha influenzato l’adattamento?

Può aiutare fino a un certo punto se conosci bene i vezzi del doppiatore. Spesso gli attori vengono scelti quando hai già finito il lavoro, per cui non è così importante. È il doppiatore che si adatta all’adattamento e, se è bravo, lo nobilita. Più è bravo il doppiatore e più esalta la resa del dialogo. A volte un attore vero dà alla frase quell’inflessione che la rende sublime al di là delle intenzioni dell’adattatore.

Per esempio la battuta “Ci sei? No, sono al bar” è stata un’improvvisazione del doppiatore o era già prevista nell’adattamento?

Il doppiatore non può toccare il copione, semmai può intervenire il direttore di doppiaggio che opera dei cambiamenti qualora lo ritenga opportuno. In teoria il dialoghista dev’essere avvertito e dare il consenso, ma in pratica il direttore ha l’ultima parola. Nel caso dell’Imperatore il direttore ha cambiato poco e niente.

Yzma è il personaggio che cambia maggiormente grazie all’adattamento italiano, volevamo sapere come dall’essere “scary beyond all reason” (“spaventosa oltre ogni ragione”) sia diventa “la nonna vecchia di Dracula”.

Di regola bisogna essere assolutamente fedeli all’originale tranne, ovviamente, quando c’è di mezzo la comprensibilità della battuta. Nel 2000, quando ho adattato il film, il dialoghista poteva ancora permettersi qualche libertà, oggi siamo all’isteria: si pretende la fedeltà anche a scapito della comprensibilità. Tanti anni fa ci dicevano: “Salvaci questo film”, come a dire: “Inzeppalo di battute perché è fiacco.” Poi si è passati al: “Se la tua battuta è migliore dell’originale, può passare.” Oggi è quasi una traduzione, a volte I committenti, contaminati dal doppiaggese e dall’americanese, chiedono frasi che nel parlato italiano non dice nessuno.

È famoso anche il cambiamento della battuta di Yzma “This better be good!” (Mi auguro ci sia un buon motivo [per avermi svegliata]!) che diventa una citazione storica di Dark Command (La belva umana) del 1940: “(Guarda che) ho ucciso per molto meno!”. Cambiando questa battuta ha reso Yzma un’antagonista più analoga ai grandi geni del male disneyani invece che alla donna capricciosa e lunatica dell’originale, come è arrivato a questa decisone?

Non è stato intenzionale. Come un musicista che ha ascoltato vagonate di musica prima o poi tira fuori qualche citazione involontaria, anche noi riproduciamo più o meno inconsciamente battute di film del passato.

Il contributo forse più noto e importante dell’adattamento italiano de “Le follie dell’imperatore” è dato dalla frase “Se lo stanno chiedendo tutti in sala” che abbatte la quarta parete e che si distanzia molto dall’originale “By all accounts, it doesn’t make sense”, dando al film maggiore forza comica e facendo sentire lo spettatore parte della storia. Quando ha deciso che i dialoghi italiani del film avrebbero dovuto avere e dare qualcosa in più al pubblico rispetto al copione originale?

Come sopra. Si segue l’estro del momento.

Per quanto riguarda il titolo, ha dato un suo contributo? O la scelta è dipesa solo dalla casa di produzione?

Noi proponiamo tre titoli, poi ci pensa il committente.

All’interno di questo cartone, come in altri, sono presenti delle canzoni. Se ne occupa l’adattatore oppure c’è una figura dedicata?

C’è una figura che si occupa esclusivamente delle canzoni.

Una volta che i prodotti da lei adattati sono stati doppiati, li guarda? Se sì, tende a essere ipercritico o soddisfatto del suo lavoro?

All’inizio li guardavo, poi non più. Comunque tendo ad essere critico.

Secondo lei, nel settore dell’adattamento dialoghi c’è posto per nuove leve o è un mercato saturo?

Secondo me sì, perché se quelli bravi lavorano, alla lunga, le varie società fanno i confronti e scelgono i migliori. Certo, ci vuole tempo.

Ha consigli per chi si affaccia ora al mestiere del dialoghista?

Conoscenza profonda della lingua parlata americana. Farsi vedere di persona, anziché affidarsi alle mail. Leggere. Stare in sala.

C’è un adattamento altrui che ammira e che avrebbe voluto fare lei?

Frankenstein Jr.

Qual è l’adattamento a cui è più legato?

Una chicca di George Lucas intitolata “Benvenuti a Radioland” (Radioland murders) e “Adventure Time”.

Quello invece di cui non è pienamente soddisfatto e che potendo rifarebbe?

Un episodio della serie “Kommando Nuovi Diavoli” in cui, per la fretta, ho commesso un errore madornale. E ripristinerei ovunque i miei “rappacificare” che qualche direttore ha corretto in “riappacificare”.